Intervista a Tina Montone, docente di Lingua nederlandese
Ci può dire sinteticamente quando e come si è formata la lingua nederlandese?
La lingua nederlandese, comunemente ed erroneamente indicata come lingua olandese e fiamminga (o, ancora, con la forma arcaica sincopata ‘neerlandese’) è una lingua indo-europea e germanica (nello specifico, basso francone occidentale). È la lingua ufficiale dei Paesi Bassi, una delle tre lingue ufficiali del Belgio (parte settentrionale, il Belgio nederlandofono, compresa la città bilingue di Bruxelles) e lingua ufficiale del Suriname. L’unione linguistica viene garantita dall’istituzione intergovernativa della Nederlandse Taalunie (Unione Linguistica dei Paesi Bassi e del Belgio) fondata nel 1980 (dal gennaio del 2005 Suriname è terzo membro ufficiale dell’Unione). Il nederlandese è parlato, inoltre, ad Aruba e nelle Antille Olandesi (che fanno parte ufficialmente del Regno dei Paesi Bassi), nelle Fiandre Francesi (parte settentrionale della Francia) e in piccole parti della Germania (confine occidentale). Inoltre, in Sudafrica i dialetti nederlandesi dei coloni, nel XVII secolo hanno costituito la base da cui si è sviluppata la lingua ufficialmente riconosciuta dell’Afrikaans. Il nederlandese vanta una storia di oltre dodici secoli che si può far iniziare a partire dalla forma latinizzata theodiscus (<germ.*Þeudiskaz) attestata per la prima volta nel 786 d.C. in una lettera del vescovo Giorgio da Ostia al papa Adriano I nella quale il termine, probabilmente di origine francone occidentale, viene usato per indicare la lingua volgare, ovvero i dialetti germanici, in contrapposizione alla lingua latina. L’origine della lingua si fa risalire a quella fase tradizionalmente indicata come Oudnederlands (antico nederlandese: prima del 1170). Durante la seconda fase dello sviluppo della lingua (Middelnederlands = medionederlandese, 1170-1500) si attestano le forme dietsch e duutsch (diet = popolo), derivanti dalla base germanica *Þeudiskaz (XII-XIII). A partire dal 1550 sono presenti tre diverse denominazioni della lingua che compaiono nelle fonti l’una accanto all’altra: la forma duitsch (comune a tutte le province verso la fine del periodo medionederlandese), nederlandsch (letteralmente: del paese basso, denominazione attestata sin dal 1482) e nederduitsch (basso tedesco, che compare per la prima volta nel 1551). Dalla seconda metà del XVI secolo duitsch compare sempre meno e nel frattempo si diffondono gli altri due glottonimi, ma è solo all’inizio del XIX secolo che si ha il sopravvento della forma Nederlandsch (l’odierno Nederlands).
Per quali motivi consiglia di studiare la lingua nederlandese?
I motivi per i quali consiglio lo studio della lingua nederlandese sono diversi. Mi limiterò a elencarne i principali, prendendo le mosse da alcuni dati interessanti. Innanzitutto il nederlandese è la terza lingua germanica per numero di parlanti: è oggi la lingua madre di più di 22 milioni di parlanti, occupando nella classifica delle lingue parlate nella Comunità Europea il settimo posto per numero di parlanti. Secondo una stima del 2005, il nederlandese viene insegnato in 40 paesi presso più di 220 università e da 500 docenti.
Questi dati possono già indicare l’importanza della lingua in ambito europeo. Uno dei motivi principali è anche l’esistenza di una florida produzione letteraria, meno nota al grande pubblico rispetto alla pittura olandese e fiamminga (e alla carriera calcistica di Gullit, Van Basten e Rijkaard…), ma con un repertorio ricchissimo e una lunga tradizione che, senza soluzione di continuità, va dalle opere medioevali alla sterminata produzione rinascimentale sino a quella più moderna e contemporanea. La lingua è – banale a dirsi – lo strumento indispensabile per accedere a questo patrimonio letterario. Vero è che oggi, grazie all’attività di alcune case editrici (in primis l’Iperborea di Milano), autori importanti vengono regolarmente pubblicati in traduzione anche in Italia, come – tanto per citare dei rappresentanti contemporanei della letteratura nederlandese – Hugo Claus, Cees Nooteboom, Hella Haasse, Harry Mulisch, Abdelkader Benali.Vi sono, inoltre, motivi forse meno evidenti per scegliere di dedicarsi allo studio della lingua nederlandese, come il ruolo fondamentale svolto dai Paesi Bassi non solo nella storia europea (passata e contemporanea) ma anche nello sviluppo dell’economia e del mercato europei (si ricordino il porto fiammingo di Anversa e quello olandese di Rotterdam che oggi sono tra i maggiori d’Europa), nella storia dell’Europa politica (si ricordi il ruolo del tribunale internazionale all’Aia, e si ricordi che Bruxelles, il cuore della comunità europea, è città bilingue, dove il nederlandese è la lingua ufficiale accanto al francese), e in genere nello sviluppo della cultura europea. Non trascurerei l’importanza dei Paesi Bassi e delle Fiandre nella storia dell’arte (nessuno dubiterà del contributo allo sviluppo della pittura europea di artisti come Bruegel, Rubens, Vermeer, Rembrandt, e i più recenti Van Gogh, Ensor e Mondriaan, e solo per citarne alcuni).
Un’ulteriore ragione per cui studiare il nederlandese, che mi sta particolarmente a cuore, è – fermo restando che lo studio di una qualunque cultura "altra" comporta una crescita individuale – la possibilità di entrare in contatto con una delle società considerate più progredite della nostra Europa, civiltà esemplare che per certi versi può offrire un modello illuminante per lo sviluppo del pensiero occidentale. A questo proposito vorrei ricordare, tra l’altro, aspetti della società nederlandese come la tradizione di rispetto e apertura concreti nei confronti degli altri, senza distinzione di religione, preferenze sessuali e posizione sociale, e la vivace e invidiabile vita culturale nel senso più lato del termine, passando dal sistema scolastico alle tirature dei giornali, dalla produzione libraria all’interazione viva ed efficace tra mondo accademico e mondo del lavoro.
Per un parlante italiano quali sono gli aspetti più ostici che può incontrare nello studio della lingua nederlandese?
Oggi è facile imbattersi in considerazioni di "difficoltà" relativamente all’apprendimento della lingua nederlandese, soprattutto al di fuori di ambienti specialistici. Si tratta di un pregiudizio linguistico comune, che si basa sull’impressione che un italofono medio ha nel sentire parlare nederlandese giudicato il più delle volte una lingua dai suoni duri e poco gradevoli. Come sosteneva il mio maestro, il Prof. Riccardo Rizza, e come sostengo oggi anch’io con forza, si tratta di una supposta difficoltà dovuta all’alta frequenza nella lingua nederlandese delle fricative velari sorde e sonore, sconosciute all’italiano standard. In realtà non ci sono aspetti particolarmente ostici nell’apprendimento della lingua nederlandese, che certo richiede, come in genere lo studio delle lingue straniere, una buona dose di impegno e curiosità intellettuale.
Lei consiglia una permanenza all’estero durante il corso di laurea?
Perché?
Senza dubbio. Innanzitutto perché sono dell’avviso che, per imparare una lingua straniera moderna, non sia sufficiente studiarla sui libri o esercitarla nei laboratori dell’università, ma sia auspicabile, se possibile, recarsi all’estero praticandola quotidianamente e a pieno regime, senza alcuna mediazione. Sono, inoltre, convinta dell’utilità del confronto diretto con la cultura e con la mentalità del popolo del quale si studia la lingua: l’arricchimento che questo confronto offre non si raggiunge, ahimè, solo, o non esclusivamente, attraverso la conoscenza della lingua e della letteratura. E poi il fattore dell’arrangiarsi, che interviene ora più ora meno nella realizzazione di una permanenza all’estero per lo studente medio italiano, non va sottovalutato: non si impara soltanto a conoscere la vita di ogni giorno, entrando quindi in un fruttuoso scambio culturale, ma, cosa forse più importante, si supera quel blocco dello studente che, avendo usato la lingua straniera solo in situazioni accademiche, teme di commettere errori a scapito di un sano coraggio, e che, ora, alle prese con banali necessità di tutti i giorni, fa appello a ogni risorsa e osa.
È a conoscenza di istituti e/o scuole all’estero che potrebbero integrare il suo insegnamento e che rilasciano certificati riconosciuti a livello europeo?
Noi collaboriamo con vari centri siti sia nei Paesi Bassi sia nel Belgio nederlandofono, dove si organizzano in diversi periodi dell’anno corsi di lingua per stranieri, intensivi e non, strutturati in più livelli (anche per principianti) e che offrono la possibilità di sottoporsi a un test d’ingresso per l’individuazione del livello. I nostri studenti hanno accesso a questi corsi, preferibilmente dal secondo anno di studi in poi, ricevendo, a conclusione del corso, sempre e solo certificati riconosciuti a livello europeo. Si tratta soprattutto di università, come quella di Leida (corso Dutch Studies), di Amsterdam, di Utrecht e di Zeist in Olanda, e in Belgio la Cattolica Università di Lovanio e l’Università di Gent. Esistono poi centri come l’ILT (Instituut Levende Talen, Istituto Lingue Moderne) collegato all’Università di Lovanio dove vengono regolarmente organizzati corsi di lingua nederlandese per stranieri.
Può dirci un proverbio o un aspetto tipico o differenza culturale del paese della lingua da lei insegnata?
Per rispondere alla domanda sulle differenze culturali tra i Paesi Bassi e il Belgio da una parte (che non sono culturalmente omologabili, ma che condividono la stessa lingua, quindi faccio riferimento a entrambi i paesi) e l’Italia dall’altra, mi servirebbero un paio di volumi. Non credo si riesca a fare altro in questa sede che rispondere in termini generali: le differenze culturali sono soprattutto rintracciabili in quell’aperta mentalità e in quella prominente cultura del rispetto e dell’accettazione di olandesi e belgi, alle quali accennavo prima, e nello stato di libera espressione e libera crescita, testimoniato da secoli di storia del pensiero olandese e fiammingo.
Gli aspetti di tipicità sono molteplici: oltre a elementi come i paesaggi olandesi e le proverbiali brume belghe, gli zoccoli, i pittoreschi mulini su uno sfondo di tulipani, entrati ormai nell’immaginario collettivo, cito l’arte culinaria che conosciamo soprattutto per il formaggio olandese importato anche in Italia e per alcune marche di birra, che sintetizzano turisticamente un mondo complesso e affascinante. Ma soprattutto mi sembra opportuno citare un’espressione molto frequente nel linguaggio quotidiano degli olandesi, l’esclamazione "gezellig!" (letteralmente: "piacevole"), usata per descrivere situazioni di ordinaria tranquillità e che sottende un intero mondo concettuale. Mi riferisco al concetto di gezelligheid (lett. "piacevolezza, gradevolezza") che indica un insieme di sensazioni date da scene come l’accendere candele sparse un po’ ovunque in casa quando si fa buio, il sorseggiare una tisana con i famigliari sul divano, il guardare un vecchio album di foto tutti insieme, scene di quella sana e rustica sobrietà olandese ormai divenuta proverbiale: tutte in una sola parola.
Può indicarci letture introduttive, quali fumetti o canzoni o eventualmente aspetti artistici interessanti?
I proverbi nederlandesi hanno spesso un corrispondente preciso nella lingua italiana, data la comune origine classica della cultura popolare europea; alcuni esempi sono "Eind goed, al goed" ("Tutto è bene quel che finisce bene"), "Uit het oog, uit het hart" ("Lontano dagli occhi, lontano dal cuore"), "Wie het laatst lacht, lacht het best"("Ride bene chi ride ultimo"), e via discorrendo. Una delle espressioni forse più singolari, che meglio racchiudono quella che chiamerei l’"olandesità" (quell’essere olandese che più non si può) è "Doe maar gewoon dan doe je al gek genoeg" (lett. "Fai in modo normale, e fai già abbastanza pazzescamente"). In un’ipotetica situazione discorsiva, così si esprimerebbe un olandese medio, suggerendo a chi si preoccupa di come affrontare un dato problema, di attenersi alla norma e di non cercare di fare cose straordinarie, perché basta l’agire normalmente per farsi notare. Comportarsi normalmente, quindi: un altro messaggio di semplicità e concretezza.
Riguardo agli aspetti artistici dei Paesi Bassi e del Belgio nederlandofono, mi sembra che gli esempi della storia della pittura fiamminga e dell’arte olandese del XVII secolo si commentino da soli, mentre musicalmente è forse in Belgio che si riscontra una maggiore vivacità nel contesto di promozione di nuovi talenti e produzione di musica originale: si ricorderà forse Jacques Brel, cantautore bilingue degli anni Settanta. Per quanto concerne i fumetti, la produzione in particolare fiamminga è degnamente rappresentata dalla celebre coppia Suske en Wiske, divenuti Bob e Bobette nelle sole otto avventure pubblicate in Italia. Infine, consiglio certamente il libro di Riccardo Rizza per un primo approccio alla lingua e alla produzione letteraria: La lingua e la letteratura nederlandese in Italia. Saggi introduttivi e bibliografia dei contributi italiani dal 1897 ad oggi, edito a Bologna nel 1987 dalla Nuova Universale Cappelli.